Sulle ali della Miura

 

Con la Miura, per i vialoni emiliani non più polverosi, nel silenzio dell’estate si poteva in ogni istante sognare di volare su uno dei cavalli fantastici dell’Ariosto, che non avevano paura né della velocità né dello spazio né del tempo.

La Miura non è solo la vittoria di un motore ma di un sogno reale, corrispondente alla intrepida volontà di un uomo che ha saputo unire il furore all’incandescente bellezza della rosa, quando è compatta e prima del gelo.

Roberto Roversi

 

Chi l’ha detto che poesia e ingegneria meccanica non possono andare a braccetto?
Roberto Roversi, uno dei più grandi poeti del novecento italiano, che ricordiamo anche per  “Nuvolari”, la canzone regalata a Lucio Dalla contenuta nel disco “Automobili” del 1976, ci racconta con le parole che ci si può avvicinare agli unti e puzzolenti motori, così “maschi” e freddi, anche con la grazia e con la sapienza femminile della poesia.
L’approccio stilistico del laboratorio fotografico “Officina Lamborghini” è stato fortemente condizionato dalla voglia di raccontare in una chiave poetica, narrativa, artistica e quando ci è stato possibile anche inedita e inaspettata, quell’universo di macchine agricole e supercar che partendo da Renazzo sono state lanciate alla conquista del mondo.

Abbiamo cercato di superare i cliché, le foto-cartolina che raffiguravano da decenni la Miura,  la Countach, l’Urraco fino alla Aventador, passando per le tante versioni dei trattori che hanno pettinato la nostra terra per decenni. Abbiamo cercato di farlo con umiltà, emozione, stupore, meraviglia e curiosità. Se ci siamo riusciti è anche merito delle tante persone splendide che ci hanno aperto i loro scrigni, i loro garage in esclusiva, i loro piccoli ma immensi musei, consegnandoci modelli di motori come fossero i loro figli.

Gli occhi della ricerca fotografica, durata un anno, sono stati sette. Giocatori allenati al fotoreportage, abituati a tradurre in fotografia le situazioni di uno shooting, di un set, di un incontro.

La macchina fotografica di Mirco Balboni ci ha restituito il fascino del colore, nelle ruvide e antiche mani di due “artisti” della meccanica, nei segni delle gomme che diventano elementi grafici, nelle gocce di pioggia che rendono magica una atmosfera, nel sorriso di una bambina che riesce a trovare uno spazio di gioco tra le supercar più famose.

L’attenzione di Federica Brunelli si è fissata sui momenti di pausa, sugli atteggiamenti vanitosi delle forme delle macchine e dei trattori che si pavoneggiano nella neve, nella campagna. La Miura che ci scruta altera dal suo fanale disegnato come una grande ciglia umana,  e che ci invita a salire a bordo. L’elicottero che ci spinge a volare, e le marmitte, inquadrate come fiati, a suonare.

Nei quadri di Luca Govoni non c’è bisogno del colore. Per stare sul registro di Roversi, per provare a scrivere frasi poetiche con la macchina fotografica Luca rinuncia al colore, che è per lui troppo chiassoso e fuorviante. Cerca l’essenza, cerca la forma che sta sotto la carrozzeria, sotto la superficie. Cerca la verità delle cose. E’ faticosa da trovare, ma Luca non ha fretta e continua da pellegrino dell’anima a fotografare le forme della nostra storia.

Enrica Gilli, riesce a giocare. Si prende gioco, scarta, smonta, fotografa e rifotografa. Si muove libera, senza parametri e schemi. Così si compone la sua visione, onirica, simbolica, fatta di immagini sovrapposte o riflesse, sempre e comunque stranianti. Immagini che ti portano via, al di sopra delle cose. Sopra i significati. Dentro un sogno.

Anche Lorenzo Guerzoni gioca. Ha giocato con le “macchinine”. Le ha messe in fila, le ha lanciate. Le sue sono immagini dolci, armoniche, piacevoli, quasi musicali. Immagini di automobili che solcano le nostre strade come in un grande plastico. In mezzo alle “macchinine” c’è il giocatore più famoso, quello che le ha guidate tutte, che Lorenzo ha fotografato da solo, nel silenzio  di una carrozzeria da dove le Miura escono belle come una volta.

E’ il fascino del cinema quello che ci comunica Walter Sau. Le sue inquadrature scorrono sulla linea dell’orizzonte come in uno schermo panoramico. Fissano da lontano situazioni e particolari che da soli racchiudono pagine fitte di racconti e storie. Carrozzerie e uomini, un mix ricorrente che ci aiuta a vedere il suo film, dove attori e macchine diventano un tutt’uno sullo schermo.

Andrea Tomba si sofferma sui “vestiti” sgargianti delle supercar,  per lui Lamborghini vuol dire classe, anche se è un trattore che sfreccia nel verde, anche se le supercar si specchiano nelle pozzanghere della campagna. La classe del “torero” che sbuca in alto dal cofano alzato della Miura. La classe di una risata piena e accogliente, nella casa natale di Ferruccio Lamborghini.

Andrea Samaritani

 

(Il brano citato, di Roberto Roversi, è contenuto in: Fabio Foresti “La fucina del toro. Lamborghini, uomini macchine saperi”, Bologna, Cappelli, 1993)

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